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Conoscere il suicidio: come accendere la luce dove tutto sembra spento

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Tutti noi nel corso della vita ci troviamo ad affrontare momenti di difficoltà, che portano un certo grado di sofferenza. Le difficoltà, a seconda delle risorse a disposizione del singolo individuo e dell’ambiente nel quale vive, verranno percepite come più o meno difficili da affrontare e superare.

La risposta alla sofferenza è, quindi, fortemente soggettiva e determinata da moltissimi fattori.

A volte una delle modalità di risposta di fronte ad una sofferenza percepita intollerabile può essere pensare al suicidio. Le motivazioni a questo sono molteplici e dipendono sia da caratteristiche dell’individuo che dal contesto sociale ed economico nel quale è inserito. La costante è un percepito senso di disperazione e di perdita di speranza nel riuscire a superare la propria condizione di sofferenza, considerata immodificabile. La persona sperimenta un’intensa e profonda sofferenza esistenziale, a volte senza riuscire a identificarne la causa.

 

Quale può essere la causa?

La causa che porta una persona all’ideazione suicidaria e all’eventuale tentativo non è univoca, ma dipende da una combinazione di fattori ambientali (status socioeconomico, cultura d’appartenenza) e di fattori individuali (funzionamento psicologico, biologico, predisposizione genetica).

Tra le variabili individuali considerate fattori di rischio troviamo alcuni disturbi, come depressione, abuso di sostanze, schizofrenia, disturbo di personalità borderline. Inoltre, tutti gli eventi in grado di generare livelli di stress eccessivamente alti o prolungati nel tempo, come lutti, violenze fisiche e psicologiche, malattie organiche gravi e stress lavoro-correlato.

Tra le variabili legate all’ambiente, troviamo, per esempio, le condizioni sociali ed economiche. In particolare, la solitudine (reale o percepita) sembra una condizione sociale che influenza in modo significativo il senso di disperazione. Può favorire, così, l’ideazione e l’eventuale la messa in atto di comportamenti suicidari. Inoltre, sapere di familiari, amici, colleghi o persone celebri che, di fronte a situazioni di forte stress, hanno reagito con il suicidio, potrebbe essere un modello comportamentale di riferimento.

Una variabile da considerare è l’età:

  • Negli anziani di solito tali comportamenti sono motivati dalla presenza di un declino delle proprie condizioni fisiche e psicologiche, oltre che dalla possibile perdita di persone care ed un pervasivo senso di solitudine.
  • L’adolescenza è il primo periodo di vita in cui si manifestano cambiamenti in grado di portare vissuti emotivi intensi. In questo periodo alcuni adolescenti possono sentirsi sopraffatti, incompresi, emarginati. Risulta, quindi, prioritario trovare un modo per riuscire a farsi ascoltare, per sentirsi accolti e compresi. Ecco che alcuni adolescenti potrebbero tentare di essere “visti” ed “ascoltati” tramite la realizzazione di comportamenti impulsivi, aggressivi o autolesivi fino a tentativi suicidari. Questi comportamenti possono apparire agli occhi di familiari, compagni e insegnanti come privi di senso, carichi di rabbia o ingiustificabili. In realtà, esprimono un profondo senso di disperazione e di impotenza dell’adolescente, oltre che una richiesta di attenzione, cura e aiuto. L’adolescente che manifesta questi comportamenti non è da considerare solo come una persona che vuole porre fine alla propria vita, ma come un individuo che sta vivendo una forte condizione di sofferenza e che non trova dentro di sé una soluzione e che è alla disperata ricerca di aiuto. Non è un caso che negli adolescenti i tentativi falliti di suicidio superino significativamente quelli riusciti con un rapporto di circa 200 a 1.

 

Cosa si può fare?

In queste situazioni è importante validare ed accettare le emozioni e i pensieri negativi e dolorosi di chi manifesta comportamenti autolesivi o tentativi suicidari, mostrando comprensione e sostegno. È importante, inoltre, rinforzare i comportamenti positivi e gli sforzi per cercare di uscire dalla condizione di malessere, disincentivando le condotte disfunzionali.

È fondamentale, inoltre, assicurarsi che la vita della persona non sia a rischio. A tal fine può essere utile rivolgersi ad un professionista della salute, che saprà aiutare a gestire e superare la sofferenza della persona e dei suoi famigliari.

È importante non ignorare ciò che ci fa soffrire, o che fa soffrire persone a cui ci sentiamo vicine. Abbiamo il compito di conoscere, accettare e comprendere questa sofferenza, per cercare, così, mezzi e risorse che possono aiutarci a superarla, a stare meglio, a crescere.

Ciò che non conosciamo fa paura, ci porta a voler scappare, a non voler stare li, in quella condizione di paura e possibile dolore. Imparare a conoscere ciò che è ignoto, e che a volte sembra impossibile da capire, è il primo passo nel percorso verso il benessere. E ricorda… chiedere aiuto è possibile!

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